Bersani rinnega il progetto degli F-35 che avallò per ben tre volte da Ministro di Prodi e D’Alema
Si sa, nel Partito Democratico la
coerenza è un optional. A darne ampia dimostrazione ieri ci ha pensato
proprio il segretario nazionale, Pierluigi Bersani. Il quale, messo in
difficoltà dalle numerose e concrete proposte dei suoi avversari
politici, Berlusconi in primis, dopo aver lanciato la proposta di
rivedere l’Imu e negato di voler imporre una tassa sui grandi patrimoni
(nonostante si sia più volte detto favorevole), ha tirato fuori un altro
coniglio dal cilindro, proponendo di rivedere e limitare, con una mossa
alquanto disperata e populista, le spese militari per l’acquisto degli
ormai famigerati F35.
“Le nostre priorità – ha affermato il
segretario democrat, intervistato dal Tg2 – sono altre. Alla luce della
crisi, questa è una spesa che va rivista. Le nostre priorità non sono i
caccia ma il lavoro”. Per questo motivo, secondo Bersani, “bisogna
sollecitare l’attività economica e gli investimenti sul lavoro.
L’edilizia è troppo bassa, bisogna ridarle fiato senza consumare il
territorio. Quindi riqualificare l’esistente, che significa case,
edilizia pubblica, alberghi, efficienza energetica e antisismisca.
Inoltre ci vuole più fedeltà fiscale, vendere un po’ di patrimonio
pubblico e ci si deve aspettare un abbassamento dei tassi di interesse”.
Belle parole e altrettanti propositi.
Che mostrano, però, quanto siano fallaci le promesse della sinistra,
capace di proporre una cosa e rinnegarla successivamente, quando non gli
fa più comodo. Bersani, infatti, si è dimenticato – molto sicuramente
ha fatto finta di non ricordarlo – che la decisione dell’Italia di
partecipare al progetto per la realizzazione di quegli F-35 fu presa nel
1996 dal governo Prodi, del quale Bersani era Ministro dell’Industria.
Quali erano allora le priorità per la sinistra? Non certo il lavoro e lo
sviluppo, visto quanto fatto.
Il progetto – va detto per completezza
di informazione – fu votato sia dal centro destra che dal centro
sinistra e complice fu l’assordante silenzio dell’informazione italiane
che trattò la notizia con molta superficialità. Due anni dopo fu la
volta del governo D’alema, di cui Pierluigi Bersani fu ministro
dell’Industria prima e dei trasporti poi, che confermò la partecipazione
al programma JSF senza esitazioni. La proposta governativa di
continuare sulla rotta già percorsa trovò l’unanimità delle Commissioni
Difesa, convinte anch’esse dell’utilità di un rinnovamento della nostra
flotta aerea..
Il 23 dicembre
di quell’anno, inoltre, vide Massimo D’alema firmare il primo memorandum
sulla vicenda, più noto come Memorandum of Agreement. Sulla stessa
linea di D’alema, dopo oltre 6 anni dall’inizio del progetto e la firma
dell’accordo con gli Stati Uniti, fu costretto a mantenersi il governo
Berlusconi nel 2002.
Ma la decisione finale e definitiva
sulla partecipazione al progetto fu presa nel 2007 dal secondo governo
Prodi, quando fu richiesta la firma definitiva dell’accordo per
partecipare anche alla Fase 2, ovvero alla fase di costruzione del
velivolo, che avrebbero impegnato l’Italia economicamente fino al
2046.L’accordo fu siglato a Washington dall’allora sottosegretario alla
difesa Giovanni Lorenzo Forcieri. E Bersani? Era comodamente seduto
sulla poltrona di ministro dello Sviluppo Economico nel tentativo,
appunto, di sviluppare l’economia. Americana, non italiana.
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